Nell´editoriale del primo numero uscito il 25 dicembre 1942 Walter Roth, un ragazzo di 14 anni, primo presidente dell´Alto Consiglio dell´amministrazione autonoma della Repubblica di Skid, nome dato dai giovani all´organizzazione della loro vita in comune, ci illumina sulla resistenza spirituale nel ghetto.
Vi si legge. "La bandiera è stata alzata. La casa I-L 417 ha la sua bandiera, simbolo di lavoro e di coesistenza futura. La casa ha la sua amministrazione autonoma. Perché l´abbiamo creata? Noi non vogliamo più essere ragazzi qualsiasi che il caso ha riunito insieme e che vivono passivamente i destini che sono stati loro imposti. Noi vogliamo creare una comunità attiva e cosciente di giovani e con l´aiuto del nostro lavoro e della nostra disciplina vogliamo trasformare il nostro destino in una realtà gioiosa e cosciente. Per ingiustizia loro ci hanno sradicato dalla terra che nutre con il lavoro della gioia e della cultura che la nostra giovinezza avrebbe dovuto bere. Sradicandoci loro perseguono un unico obiettivo – la nostra distruzione non fisica, ma psichica e morale. Ci riusciranno?
Mai. Privati delle sorgenti della cultura di sempre, noi vogliamo crearne altre. Isolati dalle antiche sorgenti della gioia, noi vogliamo creare una nuova vita gioiosa e piena di canto. Strappati via dalla coesistenza organizzata di una collettività, noi vogliamo costruire una nuova società, basata sull´ordine organizzato, sulla disciplina volontaria e sulla reciproca fiducia.
Banditi per un perfido odio dal centro dell´umanità, noi non vogliamo però indurire i nostri cuori con l´odio e la più alta legge oggi, ma anche per l´avvenire, saranno la furbizia e l´amore per l´altro, il disprezzo per l´antagonismo delle razze delle religioni e delle nazionalità".
Peter Ginz, il direttore del giornale - 14 anni
Friedl Dicker-Brandeis ha sedici anni e vive la tensione della prima guerra mondiale mentre a Vienna è studentessa alla Scuola di Grafica e Fotografia. Frequenta i corsi di pittura di Johannes Itten e quelli di composizione musicale di Arnold Schönberg. Lì conosce Viktor Ulmann. Nel 1919 si trasferisce alla Bauhaus e lavora con Paul Klee. Con alcuni amici, nel 1923, apre a Berlino un Atelier d´arte plastica dedicato soprattutto alla creazione di scenografie teatrali; con Franz Singer, nel 1925 torna a Vienna ed apre uno Studio di architettura e design; costruisce molti nuovi spazi, tra cui la Scuola Montessori.
Nel 1931 la città di Vienna la incarica di tenere corsi per le maestre d´asilo.
´attività che, accanto a quella artistica, le consente d´approfondire e sviluppare il metodo della Bauhaus. Dopo la repressione del movimento operaio del febbraio del ´34 molte realizzazioni dello Studio Singer-Brandeis sono distrutte.
Si iscrive al partito comunista, svolge la sua attività in campo grafico ed aiuta molti amici tedeschi. Ciò le costa un lungo arresto e l´esilio a Praga, nel 1934. Continua il suo poliedrico lavoro d´artista e d´insegnante. Si sposa con Pavel Brandeis. Quando le leggi razziali entrano in vigore anche in Cecoslovacchia si rifugia a Hronov, in campagna. E´ deportata a Terezin nel 1942. Crea gli ateliers di pittura per i bambini. I disegni dei bambini sono presentati in Italia nel 1988.
I suoi allievi, sopravvissuti, ricordano di lei che era solita ricordare sempre:
"Ciascuno racchiude in sé un universo unico
ogni essere ed ogni cosa sulla terra
racchiudono in sé un universo unico.
Il desiderio incontenibile
che vuole cogliere l´essenza d´una cosa
può rendere folli.
La bellezza è misteriosa.
Tutto ciò che è bello racchiude il mistero.
La bellezza non è forma o riproduzione della natura
si manifesta nelle variazioni, nella diversità.
Non c´è niente d´assoluto
di accettato in generale.
I fenomeni più conosciuti
le parole più usate
possono sempre essere viste
da un angolo nuovo.
La bellezza statica non esiste.
Lo spirito d´un quadro
sta nelle sue mancanze
nel rifiuto del superfluo".
È successo a Theresienstadt, l´unico campo di concentramento destinato ai bambini sotto i 15 anni.
Un giorno fu annunciata la visita di una commissione Internazionale della Croce Rossa. Iniziò allora un febbrile lavoro di trasformazione: costruirono viali, piantarono alberi e fiori, portarono panchine e allestirono un teatro all´aperto. Un problema angustiava i dirigenti dei Lager: "Come si sarebbero comportati i bambini?". Ai più grandi comunicarono brevemente, seccamente: «Chi osa lamentarsi davanti alla commissione, cinque minuti dopo la partenza della stessa, penzolerà, dondolandosi al vento, appeso ad uno degli alberi piantati nella notte». Per i più piccoli bisognava escogitare un metodo diverso.
Lo trovarono.
Promisero loro che all´arrivo della commissione avrebbero ricevuto del pane spalmato di burro e miele.
Dopo averli sovraeccitati al massimo per tre giorni con la promessa, posero loro una condizione, cui i bambini ubbidirono ciecamente.
I bambini, che ormai avevano quasi dimenticato il sapore del burro e del miele aspettarono la visita impazienti ed eccitati.
Al mattino, quando alla presenza della Commissione della Croce Rossa ricevettero la fetta di pane spalmata di burro e di miele, gridarono in coro, come gli era stato richiesto:
«Wieder Butter mit Honig?
Di nuovo burro e miele?»
Da: Il dizionario del Lager, di Oliver Lustig
Traduzione dall´ungherese di Goti Bauer
Testo scritto da Primo Levi per l´inaugurazione del Memorial di Auschwitz, pubblicato in un fascicolo dell´Associazione Nazionale ex Deportati nell´aprile del 1980
La storia della Deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere del Lavoro nell´Italia del 1921, ai roghi dei libri sulle piazze della Germania nel 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto. È vecchia sapienza, e già così aveva ammonito Heine, ebreo e tedesco: chi brucia libri finisce col bruciare uomini, la violenza è un seme che non si estingue.
È triste ma doveroso rammentarlo, agli altri e a noi stessi: il primo esperimento europeo di soffocazione del movimento operaio e di sabotaggio della democrazia è nato in Italia. È il fascismo, scatenato dalla crisi del primo dopoguerra, dal mito della "vittoria mutilata", ed alimentato da antiche miserie e colpe; e dal fascismo nasce un delirio che si estenderà, con il culto dell´uomo provvidenziale , l´entusiasmo organizzato e imposto, ogni decisione affidata all´arbitrio di uno solo.
Ma non tutti gli italiani sono stati fascisti: lo testimoniamo noi, gli italiani che siamo morti qui. Accanto al fascismo, altro filo mai interrotto, è nato in Italia, prima che altrove, l´antifascismo. Insieme con noi testimoniano tutti coloro che contro il fascismo hanno combattuto e che a causa del fascismo hanno sofferto, i martiri operai di Torino del 1923, i carcerati, i confinati, gli esuli, ed i nostri fratelli di tutte le fedi politiche che sono morti per resistere al fascismo restaurato dall´invasore nazionalsocialista.
E testimoniano con noi altri italiani ancora, quelli che sono caduti su tutti i fronti della Seconda Guerra Mondiale, combattendo malvolentieri e disperatamente contro un nemico che non era il loro nemico, ed accorgendosi troppo tardi dell´inganno. Sono anche loro vittime del fascismo, vittime inconsapevoli.
Noi non siamo stati inconsapevoli. Alcuni fra noi erano partigiani e combattenti politici: sono stati catturati e deportati negli ultimi mesi di guerra, e sono morti qui, mentre il Terzo Reich vacillava, straziati dal pensiero della liberazione così vicina.
La maggior parte fra noi erano ebrei: ebrei provenienti da tutte le città italiane, ed anche ebrei stranieri, polacchi, ungheresi, jugoslavi, cechi, tedeschi, che nell´Italia fascista avevano incontrato la benevolenza e la civile ospitalità del popolo italiano. Erano ricchi e poveri, uomini e donne, sani e malati.
C´erano bambini fra noi, e c´erano vecchi alle soglie della morte, ma tutti siamo stati caricati come merci sui vagoni, e la nostra sorte, la sorte di chi varcava i cancelli di Auschwitz, è stata la stessa per tutti. Non era mai successo, nemmeno nei secoli più oscuri, che si sterminassero esseri umani a milioni, come insetti dannosi: che si mandassero a morte i bambini e i moribondi. Noi, figli di cristiani e di ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che è stato civile, e che civile è ritornato dopo la notte del fascismo, qui lo testimoniamo.
In questo luogo, dove noi innocenti siamo stati uccisi, si è toccato il fondo della barbarie. Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, fa´ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgano di ammonimento: fa´ che il frutto orrendo dell´odio, di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai.
Mi accorsi che l´Olocausto non era soltanto sinistro e terrificante, ma anche un evento tutt´altro che facile da comprendere in termini abituali e "ordinari". Tale evento era scritto in un suo proprio codice che doveva essere decifrato per renderne possibile la comprensione.
Desideravo che storici, sociologi e psicologi ne svelassero il senso e me lo spiegassero.
Esplorai scaffali di biblioteche che non avevo mai esaminato in precedenza e li trovai colmi, straripanti di meticolosi studi storici e di profondi saggi teologici. C´erano anche alcuni studi sociologici frutto di accurate ricerche e di osservazioni penetranti. La documentazione accumulata dagli storici risultava preponderante dal punto di vista quantitativo e dei contenuti. Le loro analisi erano stringenti e profonde. Esse dimostravano oltre ogni ragionevole dubbio che l´Olocausto era una finestra piuttosto che un quadro appeso a una parete.
Spingendo lo sguardo attraverso quella finestra era possibile cogliere una rara immagine di cose altrimenti invisibili. Cose della massima importanza non soltanto per i responsabili, le vittime e i testimoni del crimine, ma anche per tutti coloro che sono vivi oggi e sperano di esserlo domani.
Ciò che vidi attraverso quella finestra non mi parve affatto piacevole. Ma quanto più la vista risultava deprimente, tanto più mi convincevo che chi avesse rifiutato di guardare lo avrebbe fatto a proprio rischio e pericolo.
Da: Modernità e Olocausto di Zygmunt Bauman
Polifonie di sguardi
Presentazione e calendario eventi...
Istituto Comprensivo "Aldo Moro" e Comune di Calcinate
22-31 gennaio 2006