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Shoah - La resistenza spirituale nel ghetto di Terezin

Polifonie di sguardi: catalogo della mostra. Pubblicato il 21-01-06 10:47

Helga Weissowà, una protagonista
Fiorenza Roncalli, uno sguardo narrante

Mostra presso il Centro San Rocco di Calcinate

Immagine: bambino con il violino. Terezin, la città del dolore tra il 1941 e il 1945, è l´unico luogo di memoria in cui le tracce del passato sono coniugate nelle varie forme d´arte: poesia, pittura, musica e teatro. Nel Museo del Ghetto, là dove un tempo c´era la casa LI-417, sede di Vedem, il giornale clandestino dei ragazzi, un gruppo scultoreo ricorda le partenze verso l´est, in una sala ci sono i nomi di tutti i bambini, i loro volti sorridenti nelle foto di famiglia e su alcune lastre di vetro alcune pagine in poesia.

In una sera di sole, sotto l´azzurro del cielo,
sotto le gemme fiorite di un robusto castagno,
me ne sto seduto, nella polvere del cantiere.
È un giorno come ieri, un giorno come tanti.

Bellissimi gli alberi fioriscono
Nella loro legnosa vecchiaia, così belli
Che io quasi non oso alzare gli occhi
Lassù, al loro verde splendore.

Un velo tessuto d´oro solare
A un tratto fa trasalire il mio corpo
Mentre il cielo mi lancia un grido azzurro
E certo, ne sono sicuro, mi sorride.

Ogni cosa fiorisce e senza fine sorride.
Vorrei volare, ma come, ma dove?
Se tutto è in fiore, oggi mi dico,
perché io non dovrei? E per questo resisto!

Fotografia: PierLuigi Castelli durante l´inaugurazione della mostra "Polifonie di sguardi".La forza nel conservare saldo il valore dell´umano dispiegata in tutte le sue sfaccettature si ritrova nel luglio 1943 nella conferenza di Friedl Dicker- Brandeis ai maestri e agli animatori del ghetto: "Si cerca soprattutto la maggior libertà possibile per il bambino. L´insegnante di disegno non vuole trasformare i bambini in pittori, ma liberare o, meglio, favorire la creatività, l´autonomia e l´immaginazione come sorgenti d´energia, consolidare la capacità di giudizio e l´abitudine ad osservare. Per il maestro la difficoltà dovuta alla povertà del materiale tecnico può trasformarsi in uno strumento pedagogico, ma la povertà dei mezzi di espressione nei bambini rimane desolante. Semplici fogli bianchi ed un buon materiale da disegno sono sufficienti a risvegliare in loro un desiderio infinito di creare, una macchia o uno spazio sciupato li irrita. Il maestro l´educatore, dovrebbero imporsi la più grande delicatezza nell´influenza che esercitano".

Fotografia: il Dirigente Scolastico professor Pietro Saltalamacchia durante l´inaugurazione della mostra.Il programma pedagogico lo vediamo espresso nei disegni esposti nelle bacheche e restiamo attoniti di stupore e d´ammirazione. In questo contesto si colloca Disegna ciò che vedi, la cronaca del ghetto di Helga Weissowà, pagine a colori rigorosamente annotate con appunti pieni di ironia, lucidità e disincanto dal dicembre 1941 all´autunno del 1944.

Nulla sfugge ai suoi occhi di bambina: dipinge da sola la sera seduta sul suo letto accanto alla finestra per esprimere il mondo capovolto in cui si trova all´improvviso: arrivano persone cariche di bagagli, in lunghe colonne, i malati vengono trasportati in barella, davanti alla cucina c´è la fila, la scuola si fa di nascosto e nel dormitorio si ascolta musica .Tutto si svolge in comune, non c´è un momento d´intimità, ma esiste una forte solidarietà. I colori sono tenui e chiari, le figure sono nitide nella forma, le espressioni dei volti delle persone sono rese con un tratto preciso ad inchiostro, lo spazio è quasi trasparente per l´uso dell´acquarello.

Fotografia: inaugurazione della mostra "Polifonie di sguardi".

Il 15 febbraio 1942 il primo convoglio parte per l´est. È la paura dell´ignoto. Helga Weissowà la coglie subito e la esprime poco dopo con un´immagine di suspense: un faro di luce illumina una persona che si sta alzando, mentre un´altra continua a dormire. La trepidazione e l´animo sospeso. La matita serve meglio a definire la spaccatura e l´angoscia comune. Racconta le difficoltà: la coda davanti alle cucine, il lettino della bambina malata nel corridoio dell´ospedale, la fame che attanaglia, il pane trasportato su carri funebri su cui però è scritto "benessere per i giovani". I colori tendono al marrone, colpisce la perfezione nel descrivere la metamorfosi che lentamente si vive. È la percezione di un´appartenenza e di una incolmabile perdita. Iniziano i flash back, a colori e in bianco e nero. Il peso del ricordo di quando tutto è iniziato.

Fotografia: inaugurazione della mostra "Polifonie di sguardi".

Il cinque gennaio 1943 ci offre in forma sommessa il lavoro della squadra delle pulizie, scrive appunti sulla prima fase del ghetto, quando gli uomini erano separati dalle donne.

Fotografia: il Commissario ed il Segretario del comune di Calcinate durante l´inaugurazione.Due giorni dopo rievoca la mamma, mentre conta i capi di biancheria nel cassettone ed il papà mentre annota la quantità di tutti gli averi che devono essere lasciati. Un rosso fondo su una superficie verde, la parete chiara della stanza di casa con i mobiletti delle piante che danno calore.

L´aria preoccupata ed insieme determinata dei genitori che poco dopo sono costretti a lasciarsi. Ormai c´è La strada ariana che separa lei e il suo popolo dal mondo. Chi continua ad arrivare riceve un materasso e due metri quadrati come spazio per vivere, nei muri si fanno brecce per avere un poco d´aria. La fame è resa in forma plastica con il volume di una botte e il disperato tentativo d´una persona anziana di trovare qualche avanzo.

Fotografia: Fiorenza Roncalli, consulente scientifico.Dal fondo, quando è troppo fondo, rimbalza la forza del sogno, inteso come la concreta possibilità di sentire un altro mondo possibile. Sogno per Helga Weissowà, è la percezione netta del contrasto: è un bambino che dormendo vede un mondo pieno di giochi mentre lei tristemente annota: Persino mentre la gente nel ghetto viveva o moriva tristemente, il mondo continuava a girare.

Il sogno è un nastro bleu e giallo scuro, delinea tre scene: 1929, una carrozzina in un reparto d´ospedale attende il suo arrivo - 1943, una bambina pensosa al secondo piano d´un letto a castello - 1957, due donne conducono due carrozzelle, e accanto a loro c´è una bambina.

Fotografia: Dino Chiappini, Centro Documentazione "Istituto Comprensivo di Calcinate".Il sogno è vivere dipingendo in un´altra dimensione, è camminare libera con il sacco in spalla in direzione di Praga, è un´energia in grado di far emergere il desiderio del bene possibile ma anche la lucidità nel cogliere la costanza dell´attimo fuggente che è di dolore e di lunghe partenze verso quella che per la gente comune è l´ignoto.

Helga Weissowà mantiene salda la sua identità. Questo era l´obiettivo del Consiglio Ebraico, la sfida all´orrore, l´amara consapevolezza della necessità d´utilizzare al massimo gli spazi lasciati aperti dalla trappola nazista.

Fotografia: Alessandro Gaoso, presidente Homerus.La spaccatura profonda, quello che noi conosciamo della Shoah, si osserva nelle otto xilografie incorniciate in nero che Helga prepara come bozzetti per il ciclo sul Calvario nel dopoguerra. Nel Calvario è la donna ad essere crocefissa, è la donna che insieme ai bambini e agli uomini cammina a piedi da Auschwitz a Mauthausen. La pennellata è scultorea, i tratti dei volti sono scavati dal dolore, le forme dei corpi allungate e stilizzate dalla tensione e dalla fatica. E´ la sua storia, dall´ottobre del 1944 all´autunno del 1945, rivissuta in forma corale, la coralità di cui aveva avuto esperienza a Terezin.

Fotografia: Walter Fornasa, Università di Bergamo.Una coralità coltivata nella musica e nel teatro. Ne ritroviamo traccia nel piccolo Museo costruito nella Caserma di Magdeburgo, là dove un tempo c´era la sede del Consiglio Ebraico. In una sala incontriamo i ritratti, gli schizzi a matita e le partiture in grafia a mano di Gideon Klein, Hans Krasa, Victor Ulmann, Pavel Haas e dei musicisti che nelle dure condizioni del ghetto, riuniti nel Freizeitgestaltung - il Comitato organizzatore del tempo libero, si dedicavano con straordinario impegno e continuità alla programmazione dei concerti serali che spaziavano in tutti i generi, dal repertorio classico e romantico alla musica jazz e alla musica leggera. Gli organici, specialmente per le opere più ampie, erano condizionati dalla povertà di strumenti musicali e dai continui mutamenti del cast degli organici legate alle costanti deportazioni. La consapevolezza di offrire un contributo insostituibile alla sopravvivenza della dignità umana, all´identità dei singoli, costituiva un magnete e un´energia formidabile per l´abnegazione degli interpreti, tanto solisti quanto orchestrali o corali.

In un´altra sala ritroviamo dipinti in cui liricità e tragedia si alternano in un costante contrappunto. Bedrich Fritta, un pittore espressionista rivela in forma sarcastica, caricaturale e grottesca le pieghe nascoste del ghetto, Otto Ungar usa tonalità scure e agghiaccianti sulla città del dolore, Ferdinand Bloch si sofferma sugli arrivi e le partenze dei convogli, le lunghe code alle cucine, le cerimonie funebri, dominato dalla disperazione e da una radicale sensazione d´impotenza, Karel Fleischmann, medico e pittore, in diretto contatto con un universo che gli altri non conoscono ha un tratto torturato e talvolta ossessivo e la sua opera è quella che più descrive Terezin come anticamera di Auschwitz, Leo Haas con tratto lieve e sobrio è fedele ai dettagli della vita quotidiana e raffinato nel suo tratto minimalista.

Nella terza sala incontriamo il panorama del lavoro teatrale, dall´opera lirica, al cabaret e alla commedia. Si fanno rappresentazioni nelle soffitte, nelle cantine, in ogni spazio possibile delle Caserme. C´è una libertà di scelta nei copioni che non esiste in nessun altro luogo del Terzo Reich.

Helga Weissowà ha provato una grande emozione nell´ascoltare la prima volta l´opera di Smetana "La Fidanzata perduta" messa in scena da Rafael Schachter. Dopo la guerra l´ha risentita a teatro, la situazione era fortunatamente cambiata ma il primo ascolto è rimasto per lei indimenticabile.

Osservare le locandine di teatro e i bozzetti di scena consente d´immaginare la qualità artistica dei lavori messi in scena e la ricca varietà dei programmi. La Turandot, Maria Stuarda, Il flauto magico, i Lieder da Goethe e da Heine e il Brundibàr, ormai famoso perché continua ad essere rappresentato anche oggi come forma di memoria e di omaggio ai bambini del ghetto. Dal cabaret "La carta alimentare perduta" di Karel Svenk e Rafael Schachter nasce la marcia del ghetto che dice:

Se vogliamo, ce la facciamo,
mano nella mano, strettamente uniti,
nonostante i tempi crudeli
abbiamo il coraggio nel cuore.
Ogni giorno continuiamo
Avanti e indietro
E scriviamo lettere di sole trenta parole.
E domani la vita ricomincia
E con lei s´avvicina il tempo
In cui riempiremo i nostri piccoli bagagli
E torneremo a casa.
Se vogliamo ce la facciamo
Mano nella mano, strettamente uniti
E noi rideremo sulle rovine del ghetto.

I pochi sopravvissuti ricordano con calda nostalgia l´ebbrezza e la coralità della vita culturale nel tempo della prigionia a Terezin.

Accanto ai due capitoli dell´opera di Helga Weissowà nello spazio culturale di San Rocco ci sono alcuni miei acquerelli tratti dal diario dipinto sulla Pietas. Sono frutto d´un lungo e strano viaggio iniziato negli Anni di piombo. Un viaggio nato da un piccolo ma concreto dettaglio storico. Sono suggestioni di letture, filigrane sparse, lontani echi, palinsesti costanti che tornano nel tempo. Le pagine dipinte sono note d´un canto nel silenzio.

Fiorenza Roncalli

Istituto Comprensivo "Aldo Moro" e Comune di Calcinate
22-31 gennaio 2006


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